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A duecento anni dalla nascita rievocata la figura del Professor Don Pietro Calderini

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A duecento anni dalla nascita rievocata la figura del Professor Don Pietro Calderini

VARALLO – Sabato 29 e domenica 30 marzo a Varallo, a Palazzo dei Musei, è andato in scena “Per questa mia Valsesia. Vita, morte e (quasi) miracoli di un prete valsesiano”, una visita teatralizzata in sei quadri che si snodava, sui passi del Professor Don Pietro Calderini, attraverso i luoghi simbolo del museo varallese.

A duecento anni dalla nascita rievocata la figura del Professor Don Pietro Calderini

Il progetto, inserito nell’ambito dei festeggiamenti per i duecento anni dalla nascita di Pietro Calderini, è frutto della collaborazione con la Compagnia ARS Teatrando di Biella ed è stato realizzato grazie al generoso contributo della Fondazione CARIPLO. ARS Teatrando dal 1988 è specializzata nella scrittura e messa in scena di rappresentazioni itineranti in contesti particolari in cui vengono ambientate vicende e personaggi storici. L’organico è composto da una cinquantina di persone fra attori e tecnici, tutti legati dalla passione per il teatro. I testi dello spettacolo sono stati scritti da Danilo Craveia, archivista del DocBi, mentre la regia era come di consueto affidata a Paolo Zanone e Veronica Rocca.

A far da collegamento tra le varie scene c’erano alcune “guide” particolari che fungevano da narratori.
Pietro Calderini, valsesiano DOC nacque nel 1824 e morì nel 1906, dedicò tutta la sua vita alla Valsesia, fu divulgatore, scienziato, insegnante, giornalista, tra i fondatori del primo giornale valsesiano: Il Monte Rosa nato nel 1861. Personalità eclettica dagli interessi poliedrici, Don Calderini si racconta “dopo la morte”: “Un morto che non ne può più di essere morto”, immaginato in un colloquio con il maggior storico valsesiano del suo tempo: Federico Tonetti. Don Pietro era un “uomo del fare”, rievoca la sua vita in cui avrebbe avuto ancora molte cose da portare a termine, sempre tutte per la sua amata Valsesia: “Avrei voluto, dovuto, saputo fare di più”, “Invece la vita è un refolo di vento che alza barbe di neve sul Rosa, percorre la vallata in un istante e si perde nella pianura”.

Il racconto prosegue al piano superiore di Palazzo dei Musei, dove ha sede il Museo di Scienze Naturali intitolato a Don Calderini, da lui inaugurato nel 1867, riallestito e riaperto al pubblico nel 2017. Attraverso il colloquio tra due signore borghesi che lo visitano, emergono gli: “Effetti collaterali del collezionismo”. Nora e Tilde si aggirano tra le bacheche, parlano e sparlano dei rispettivi mariti: Alberto tassidermista appassionato e Luigi. L’una è insofferente verso: “Gli uccelli impagliati, i sassi, le erbe secche, gli scheletri, i fossili, il vasellame”, mentre l’altra ne sostiene l’importanza per la conoscenza, coglie quell’autentica passione che animò Don Calderini: “Che dovrebbe essere condivisa anche dalle donne, il che le renderebbe più interessanti anche per i mariti”.

Nel terzo quadro, ambientato nella prestigiosa Sala del Tanzio due religiosi che villeggiano in Valsesia, Padre Silvio e Don Giovanni, sono l’espressione di visioni diverse rispetto alla vita consacrata, uno avrebbe voluto che Don Calderini fosse più ortodosso, mentre l’altro ne apprezza le idee progressiste, la straordinaria intelligenza e capacità di coinvolgimento: “Don Calderini è un uomo del nostro tempo, convulso, imprevedibile, prodigioso”. Proseguendo nel percorso attraverso i saloni di Palazzo dei Musei si incontrano lo statista e ministro biellese Quintino Sella e Don Severino Pozzo, Regio Ispettore delle Scuole di Biella, del Biellese e di Varallo, che considerano con ammirazione, e anche un pizzico di invidia, le straordinarie imprese di Don Calderini, che fu tra i fondatori della Sezione di Varallo del Cai, nato cinque anni prima di quello di Biella: “Don Calderini non corre per se stesso, ma per la Valsesia e i Valsesiani”. L’Osservatorio meteorologico di Oropa voluto da Quintino Sella e affidato a Padre Denza era stato preceduto dall’Ospizio Sottile, inaugurato dallo stesso Padre Denza: “Diavolo d’un prete! Mi va a genio: attivo, appassionato, entusiasta: averne di uomini così”. Le Scuole Tecniche di Varallo, fondate nel 1859, osserva Don Pozzo, funzionano egregiamente, dirette da Don Calderini, che è anche insegnante.

Nel cortile del Palazzo dei Musei, con alle spalle il Sacro Monte stagliato nel cielo limpidissimo, si incontrano tre signore Grober: una è la vedova di Antonio, morto improvvisamente a soli sessantatrè anni a Novara, alpinista, che fu Presidente del Club Alpino Italiano, che parlano del Don Calderini amante della montagna, ma non alpinista come Don Gnifetti o il canonico Sottile, o l’abate Carestia: “Don Calderini guidava tutti in una cordata ideale, aveva una visione concreta della montagna, la voleva aprire alle donne: al primo Congresso Nazionale del CAI, che si tenne a Varallo nel 1869, accolse gli illustri ospiti con un discorso che può essere considerato un manifesto della Valsesia e che tutti i Valsesiani dovrebbero conoscere”.
Nell’ultimo quadro, ambientato nel cortile più piccolo di Palazzo dei Musei, dal loggiato si affaccia l’abate Carestia, nato nel 1825 e morto nel 1908, amico di Don Calderini, che richiama la domestica, Margherita Vicario, che gli fu accanto per tutta la vita e lo aiutò nella raccolta e nel riordino delle sue collezioni botaniche, con la quale condivide alcune considerazioni. Carestia è ormai anziano e quasi cieco, ma parlando del suo immenso erbario raccolto in montagna, dice: “E’ stato come avessimo pregato, abbiamo reso lode a Dio come meglio non avremmo saputo” e questa osservazione racchiude il senso profondo di tutte quelle vite dedite allo studio, alla scienza.
Marta Coloberti, Conservatore del Museo Calderini, ha salutato i visitatori ricordando come questa “visita alternativa” sia stata organizzata nell’ambito delle celebrazioni per i duecento anni della nascita di Don Pietro Calderini: “Ci auguriamo di poter continuare con queste iniziative che hanno riscosso tanto successo, abbiamo raggiunto i quattrocento visitatori: le persone si sono avvicinate al museo e appassionate alla sua storia e questo per noi che quotidianamente lo gestiamo e lo facciamo conoscere, è davvero un grande motivo di orgoglio”.

Un doveroso plauso va tributato a ARS Teatrando che ha saputo comprendere e rendere teatralmente una figura complessa come quella di Don Calderini, restituendola attraverso gli sguardi e i pensieri dei suoi contemporanei, ma soprattutto facendola apprezzare ed amare per quei valori che ancora oggi animano coloro che fanno vivere il Museo e ne continuano l’opera appassionata.

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