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La mia prima salita a Otro

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La mia prima salita a Otro

Sono salito a Otro per la prima volta nel 1947: facevo parte di un gruppo di Boy Scout guidati da don Gianni, responsabile dell’oratorio di Sottoriva di Varallo.

La mia prima salita a Otro

Il viaggio, con tutto il nostro equipaggiamento, avvenne su uno dei camion Fiat 634 dal cofano lungo noti come «elefanti» e adibiti al trasporto del manganese proveniente da Alagna sino alla stazione di Varallo o del nichelio delle miniere della bassa valle fino a Varallo.

Raggiungemmo Alagna. La guerra era finita da due anni, la strada non era ancora asfaltata. Arrivammo infatti a destinazione tutti impolverati ma felici. Buona parte del vitto che avremmo dovuto consumare al campeggio proveniva dal Piano Marshall di aiuti americani, ce lo caricammo sulle spalle e iniziamo a salire lungo la mulattiera.

Del gruppo facevano parte due ragazzi originari di Alagna, Pier Ugo Carestia e Gian Mario Grober. La nostra meta era l’albergo Belvedere, nelle cui vicinanze avremmo allestito il campeggio, e che era di grande utilità per noi perché ci forniva l’acqua: nella zona infatti non c’erano sorgenti. Ricordo ancora, salendo al Belvedere, i campi coltivati a patate e segale e i prati sfalciati.

Tutte le frazioni di Otro erano considerate alpeggi e abitate stabilmente dagli alagnesi, da San Giuseppe fino alla vigilia di Natale, quando persone e animali scendevano a valle e tutta la popolazione dava una mano per aprire un varco nella neve. La vita era tranquilla ma faticosa, c’erano perfino una scuola e la casa del Prete. L’albergo Belvedere era allora una meta ambita, molti erano i turisti che salivano a piedi per vedere il Monte Rosa, e per il trasporto esisteva già una teleferica. Confrontando quei tempi col progresso inevitabile avvenuto nel corso degli anni, credo che qualcosa di quel fascino si sia perso, e solo chi lo ha vissuto se lo ricordi. Nel 1950 entrò in funzione la nuova ovovia di collegamento con Alagna, e Otro diventò una piccola stazione di sci. Si aprirono nuove piste tra cui la famosa Camoscetta, che scendeva fino in paese.

Questo benessere durò circa vent’anni: nel 1970 l’albergo Belvedere venne distrutto da un incendio; poi ricostruito, un prefabbricato, dall’impresa Chiara nella primavera del 1971; sarebbe rimasto aperto per brevissimo tempo: infatti in quell’estate il tragico incidente della Ovovia ne segnerà la chiusura definitiva. Un fatto che rappresentò per Alagna, ma in particolare per Otro, una perdita incolmabile e che provocherà anno per anno un graduale spopolamento. Nel 1972 le copiose nevicate fecero crollare in parte il tetto della struttura, salire lassù diventò difficile; ci pensarono i vandali, che saccheggiarono e distrussero l’arredo; si riuscì a recuperare una betoniera prima che venisse fatta rotolare nel bosco sottostante. Abitando ad Alagna, salivo spesso a Otro e un giorno, accompagnando un cliente, incontrai l’ingegnere Arialdo Daverio: era insieme a Franco Fanetti, storico abitante di Otro, ci invitarono a prendere un caffè.

Daverio raccontava del suo lavoro di censimento delle baite fotografate: dava i dettagli delle date di costruzione scolpite sulle travi dei colmi dei tetti col segno del casato e anche un ricco commento. Daverio terminò il suo discorso dicendo: «Se gli alagnesi vogliono salvare queste baite devono costruire una strada». La sua idea non fu mai presa in considerazione, anzi forse addirittura contrastata. Col passare degli anni il progresso portò nuove soluzioni innovative e quindi si pensò ad altro. Arialdo Daverio fu un benefattore per Alagna, per Otro, nel senso più ampio del termine: studiò e divulgò in modo semplice e schietto l’architettura walser. Con i suoi scritti e disegni e le sue foto fece rinascere l’amore per queste baite abbandonate e malandate, un patrimonio per le nuove generazioni, che avrebbero saputo ristrutturarle e renderle nuovamente abitabili. Dopo l’abbandono progressivo delle baite sarebbero trascorsi diversi anni finché, verso gli Anni Ottanta, gente proveniente dalla città comincerà via via ad acquistare e ristrutturare le case in legno. Le baite persero il loro uso rurale e diventarono abitazioni estive, Otro subì un cambiamento radicale. Negli Anni 90 ero riuscito a comprare una baita in frazione Scarpia. A fatica l’avevo ristrutturata, grazie all’ausilio della teleferica. Si era cominciato a usare l’elicottero che permise di trasportare materiale pesante come travature e beole e poi la posa con facilità, anche se il costo dell’elicottero era abbastanza alto.

A Otro, comunque, si continuava a salire a piedi, con unico accesso la mulattiera. Quando gli anni passano, ti accorgi che camminare in salita diventa più difficile, e si è costretti a chiedere un passaggio in elicottero. Ormai quasi tutto il materiale è trasportato con questo mezzo, e non solo, anche le persone, e poi feste, matrimoni ed eventi in generale vengono organizzati avvalendosi del prezioso velivolo. Questo mezzo mi scarica vicino alla baita, cosa voglio di più? C’è perfino il 118 della Regione che in casi gravi mi porta direttamente in ospedale, gratuitamente. Siamo nel 2026, non possiamo lamentarci. Questo mezzo ha anche i sui difetti, oltre ai pregi sopra menzionati. Quando atterra o decolla sprigiona un turbine d’aria che può farti perdere l’equilibrio.

Non solo in montagna questo mezzo è comunque essenziale e può salvare tante vite umane, ma è altrettanto vero che in certe zone può essere sostituito con mezzi più ecologici. Mi auguro che in futuro chi sarà chiamato e a gestire questo territorio considerato uno dei più belli dell’arco alpino sia guidato da passione, tenacia e volontà di idee ben radicate sulla mobilità e turismo alpino ecosostenibile, come Chamois, in valle d’Aosta, paese senza strada e auto ma collegata dal fondo valle con funivia. Non ho seguito tutti i festeggiamenti dei Mille Anni di Otro ma mi sembra che sul futuro oltre questi Mille Anni non si sia parlato affatto. Mi auguro pertanto che Otro possa acquisire tutti i meriti che gli spettano, e non diventare la Cenerentola della Valle.

Adriano Fuselli Alagna-Otro 2026

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