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67esima edizione del Festival della montagna

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Fari appena spenti sull’ultima edizione, mi avvio a rientrare a casa. L’animo è colmo come sempre di grandi emozioni: ho partecipato per la 45esima volta al più importante festival cinematografico dedicato alla montagna, dove, oltre al cinema, si svolgono eventi, tavole rotonde, conferenze, spettacoli, presentazioni di libri.
E anche quest’anno Trento è stato prodigo di grandiose giornate – basti pensare ai 127 film proiettati e ai 144 eventi realizzati – ma un po’ di amaro in bocca mi resta per colpa dei giudizi espressi dalla giuria che ha premiato, secondo me, in modo discutibile.
E ce n’erano di film fantastici, ma il giudizio è andato da un’altra parte.
Purtroppo.
Mi riferisco soprattutto al Gran Premio Città di Trento, assegnato a La grand messe, un filmone franco-belga di 70 minuti che racconta come un popolo di camperisti francesi si accampa per giorni con i suoi mezzi sul bordo della strada e sui tornanti del Col d’Izoard per poter vedere il passaggio dei ciclisti del Tour de France. Il film, adatto ai cinema delle periferie, è anche diseducativo, soprattutto nell’anno del turismo lento, perché rende omaggio a obesi personaggi su d’età che non avendo nulla da fare nella vita, anziché dedicarsi a qualche sano sport en plein air stanziano per giorni a bordo strada a mangiare, bere e guardare la tv in attesa dello storico passaggio nei nuovi Coppi. Il film racconta la vita quotidiana di questi personaggi che alternano mangiate e bevute in pieno ozio non trasmettendo nulla se non la passione da tifosi per i ciclisti quando, finalmente, arrancando sui tornanti, affrontano la salita dello storico colle. Allucinante come si possa solo pensare di premiare un simile film al festival di Trento. La cosa che mi fa più male, da storico appassionato del festival trentino e del cinema di montagna, è che, per la storia, il 2019 sarà ricordato solo per questo filmaccio e non, purtroppo, per tanti altri stupendi film che hanno visto protagonisti personaggi del calibro di Peter Habeler, Hans Kammerlander, Reinhold Messner, Bob Kennedy, Fosco Maraini, Edmund Hillary, Adam Ondra, David Lama e altri.
L’amaro in bocca è poi aumentato quando ho pensato che il secondo premio assoluto, quello del Club alpino italiano, è stato assegnato a La regina di Casetta, del regista Francesco Fei. Il film in realtà non è niente male perché parla di una borgata dell’Appennino tosco-emiliano (Casetta di Tiara, Comune di Palazzuolo sul Senio, nell’alto Mugello) semi abbandonata, abitata caparbiamente da una manciata di persone, tra cui una ragazzina, Gregoria, che fa la terza media. Si raccontano la vita quotidiana del villaggio nelle stagioni (vita molto ben nota anche in Valsesia nelle frazioni più isolate), la difficoltà della mobilità in inverno per andare a scuola, la raccolta delle castagne, il rapporto con i coetanei e soprattutto si ribadisce il forte legame che ha l’adolescente con la sua terra che non vuole certo abbandonare per una vita più comoda in fondo valle.
Il film mi è piaciuto, ma, nonostante sia d’accordo che il Cai si debba occupare dei problemi della montagna e dei problemi di chi sulla montagna vive, ritengo che questo film sarebbe stato più adatto per un premio dato, per esempio, dal Touring Club Italiano o dal Fai, ma non dal Club alpino. Soprattutto se si pensa a quale opera è andato il Gran Premio. E’ stata commessa una forte ingiustizia da parte della giuria. Sì, perché per tutto il mondo il Festival di Trento è e resta comunque il festival del cinema di montagna e quindi «anche» dell’alpinismo.
Ma nessun film alpinistico è stato premiato.
PIERO CARLESI

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