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Albania, il medioevo nel ventunesimo secolo

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“A pochi chilometri da casa nostra, c’è ancora un mondo a parte”: questo il pensiero con cui Marco Negri sintetizza l’esperienza vissuta nel luogo in cui ha svolto il suo più recente lavoro di réportage, l’Albania.
«Non mi sto riferendo alle grandi città, o alle realtà in fase di forte espansione turistica» precisa «Lì si può assistere già agli effetti della grande spinta di cambiamento che permea tutta la società e al maggiore “allineamento” ai parametri occidentali. Mi riferisco piuttosto alle aree più remote, nel nord del Paese, e in particolare al distretto di Tropoje, dove nei mesi scorsi sono andato su “assegnato”».
L’«assegnato», in linguaggio professionale, è il lavoro commissionatogli da una testata giornalistica, nella fattispecie «Il Giornale», che con la fortunata iniziativa web «Gli occhi della Guerra» si avvale da tempo della bravura del professionista valsesiano (che con le sue immagini ha documentato e documenta gli scenari di conflitto e le tristi vicende sociali che purtroppo in questo nostro mondo non mancano mai).
La permanenza in terra albanese ha posto Negri in contatto con una realtà fatta ancora di leggi ancestrali che condizionano pesantemente la vita di singoli e comunità. L’insieme di norme chiamate «Kanun», un codice tramandato oralmente e per la prima volta trascritto in periodo medievale, regola infatti ancora parte dei comportamenti individuali e collettivi. Due gli aspetti su cui si è incentrata in particolare l’attenzione dell’équipe giornalistica (formata da Negri, Marianna Di Piazza e Roberto Di Matteo) inviata nel «Paese delle aquile»: il sistematico ricorso alla vendetta per regolare le faide familiari e l’incontro con le cosiddette «vergini giurate».
«La scelta della “zona d’operazioni”, in questo caso era dettata dall’elevatissimo grado di criminalità che aveva fatto negli anni di Tropoje uno dei posti più pericolosi al mondo» spiega Negri, aggiungendo che «l’intenzione era di vedere in prima persona le condizioni di vita in uno dei distretti più periferici e poveri della fascia balcanica».
Il «Kanuni» (si chiama anche così) prevede il diritto/dovere di uccidere per vendetta. Se ti ammazzano un familiare tu puoi – e sei tenuto – a far fuori a tua volta l’assassino o un suo congiunto fino al terzo grado di parentela. Una legge che sembrerebbe antica come l’uomo e che, infischiandosene dei tentativi di repressione da parte di qualsiasi organizzazione statale (dai tempi dell’Impero ottomano alla monarchia di Re Zog, dalla dittatura di Enver Hoxha all’attuale governo), continua a esistere e a dettare le sue regole di comportamento.
«Dopo tre ore di strada sterrata in macchina e una di viaggio a piedi siamo arrivati a casa di una famiglia coinvolta in una faida» racconta Negri «Sono praticamente reclusi nella loro abitazione da mesi e nessuno si azzarda a uscire perché su ciascun componente pende la potenziale ritorsione. Il “Kanun” prevede che la vendetta debba colpire soltanto uomini e fuori dalla loro casa ma, specie di questi tempi, il codice serve solo come giustificazione per comportamenti mafiosi e delitti perpetrati ai danni di chiunque».
«Parlare con il capofamiglia» aggiunge, «sentire la sua tremenda esperienza ha fatto capire tutta la difficoltà di una vita condotta senza speranza, di fronte a un “nemico” che sta a un chilometro di distanza».
La cosa era un po’ complicata: la famiglia era stata accusata di aver causato la morte di un componente di un altro clan e, pur dichiarandosi innocente, è ora passibile di vendetta.
Roba da uscire di testa: «Quell’uomo rispondeva alle domande dell’intervista soltanto con citazioni di versetti del Vangelo. Una tensione e una “fatica di vivere” al limite della follia».
La questione si riflette diametralmente nel momento in cui la «parte offesa» tergiversa nella vendetta perché non vorrebbe spargere altro sangue: allora è la comunità a fare pressioni perché il «Kanun» sia rispettato, pena la perdita dell’onore e la marginalizzazione sociale per l’uomo e la famiglia che non intendessero lavare l’onta subita.
«Mi sono trovato di fronte a una situazione inconcepibile per le nostre abituali categorie di pensiero» ricorda a tal proposito il fotoreporter grignaschese. «Ho incontrato chi aveva subìto una perdita ed era dunque chiamato a “regolare i conti”. Lui non avrebbe voluto andare oltre nelle violenze, ma si trovava in profondo imbarazzo. Chi vuole perdonare non può farlo, ed è a sua volta esposto a ritorsioni se non lo fa. Di fronte a tutto questo, la polizia alza spalle e braccia e l’unica speranza sta nei tentativi di “pacificazione” – in base a interpretazioni del “Kanun” che pure prevede il perdono – che solo alcune personalità ritenute particolarmente sagge e rispettate da tutti possono tentare, spesso senza il minimo successo».
L’altro argomento su cui si è incentrato il lavoro della «squadra» fotogiornalistica è stato, come accennato a inizio articolo, incontrare una delle ultime «vergini giurate».
Chiamate burrneshë, erano ragazze che, appunto con un giuramento ufficiale, di fronte ai saggi del loro villaggio promettevano castità e rinunciavano per tutta la vita alle loro caratteristiche femminili. Diventavano così, anche sotto l’aspetto legale (perché la cosa era contemplata dal «Kanun»), uomini e come tali avevano facoltà di comportarsi acquisendone i diritti civili.
«Abbiamo incontrato una burrnesh, Lila, che ci ha raccontato la sua storia» dice Negri «praticamente ha scelto di diventare uomo oltre che per seguire una sua inclinazione personale anche perché così ha potuto prendere il posto di suo fratello, prematuramente mancato. E’, insomma, diventata l’uomo che, dopo la morte del fratello, avrebbe potuto garantire la continuità della guida familiare. Faceva impressione vedere quella persona indossare un basco militare, fumare e bere di primo mattino il raki, l’acquavite tipica del posto. Fumare e bere, due segni esteriori del suo status di uomo riconosciuto dalla comunità».
Dopo aver preparato il suo lavoro fotografico – di cui fanno parte gli scatti proposti in questa pagina – Negri si sta già predisponendo a un ulteriore «assegnato» che lo vedrà a breve protagonista di un nuovo «racconto per immagini». Ma l’esperienza albanese gli rimarrà impressa: «In ogni sguardo pieno di paura e tristezza per quel che c’era al di là delle recinzioni, in ogni ruga di quei visi ritratti» conclude «ho visto gli effetti di una legge antica, capace ancora oggi di permeare ogni cultura e condizionare pesantemente le vite. Non è una cosa che si scorda facilmente, un “mondo a parte” così vicino a casa nostra».
Tutte le foto
©Marco Negri

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