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CAS di Scopa, molti degli ospiti hanno trovato lavoro in Valle

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Come già segnalato da questo giornale, il 31 gennaio ha chiuso il Centro di Accoglienza Straordinaria di Scopa.
La bella notizia è che molti degli ospiti hanno trovato lavoro in Alta Valle, si stanno integrando nel tessuto sociale valsesiano e rimarranno sul territorio. Un risultato così positivo è stato il frutto di circa tre anni di lavoro da parte degli enti preposti alla gestione del CAS da diverse associazioni valsesiane, Caritas, Cireseui Osservatorio sull’interculturalità in Valsesia, Eufemia Varallo, e da privati che, a titolo personale, si sono mossi in questa non facile opera d’inclusione.
Un’operazione che si è dispiegata nei vari ambiti, sia di formazione che lavorativi, prospettive necessarie per un piano a lungo termine di questa portata. L’associazione Eufemia di Varallo ha curato gran parte dei percorsi di formazione. E’ stata prevista, sin da subito, l’attivazione di corsi di italiano a più livelli: alfabetizzazione, livello A1 livello A2. Tutti gestiti da volontari, i corsi hanno coinvolto sia analfabeti che scolarizzati, erogando un numero pari a 1.200 ore di lezione gratuite. Quasi tutti gli studenti hanno raggiunto gli obiettivi previsti e molti hanno conseguito la certificazione, sia di livello A1 che di livello A2. In breve tempo l’italiano è divenuto la lingua veicolare nello stesso centro d’accoglienza, sostituendo l’inglese e il francese. I buoni risultati hanno permesso anche l’organizzazione di alcuni percorsi scolastici d’integrazione. Inoltre sono stati avviati corsi professionalizzanti in apicoltura, falegnameria, pasticceria, gestione del territorio, confezione di calzature. Non solo, ma sono state incentivate, soprattutto per iniziativa di privati, altre esperienze lavorative, sempre a carattere volontario, quali la pastorizia, l’agricoltura montana, l’assistenza agli anziani nei quotidiani lavori rurali.
Una volta raggiunto un buon livello di conoscenza della lingua e alcune competenze lavorative di base, si è passati a una fase che ha promosso diversi interventi per inserire gli ospiti nel mondo del lavoro locale, attraverso l’attivazione di percorsi professionali e stage, soprattutto in campo alberghiero. Inoltre alcuni di loro si sono impegnati in diverse associazioni di volontariato presenti sul territorio, collaborando fattivamente nelle varie attività proposte.
Il CAS ha chiuso, ma gran parte dei suoi ospiti è rimasta in loco. Un sentimento comune, a molti di coloro che si stanno fermando in valle, è la fascinazione e l’attaccamento alla nostra terra considerata ormai una patria d’adozione. Praticamente nuovi giovani valsesiani che stanno cominciando ad arricchire le comunità con il proprio lavoro, il loro desiderio di pace, di famiglia, di stabilità e di futuro. La Valsesia ha bisogno di giovani, di nuove forze per i suoi numerosi paesi che, da diversi anni, soffrono di spopolamento. Persone volonterose che attivino piccola imprenditorialità e nuovi progetti, che si prendano cura dei più deboli, soprattutto degli anziani, e che gestiscano le aree montane ormai abbandonate. La collaborazione sinergica tra enti pubblici e privati, associazioni e singoli volontari attraverso progetti mirati, può essere una prospettiva virtuosa nell’attivazione di percorsi d’integrazione e inclusione funzionali, che non solo risolvano le emergenze ma divengano, con il tempo, una risorsa importante per il nostro territorio.
La Valsesia, terra di migranti, ha risposto così alle straordinarie sfide dei tempi attuali, mettendo in campo le sue energie e le sue risorse, in modo razionale e seguendo principi umanitari. Un grazie, sentito, va a tutti coloro che si sono impegnati, a vario titolo, e che hanno creduto fortemente in questo progetto, primo passo di un bel sogno da realizzare insieme nel prossimo futuro.

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