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I camionisti ai tempi del Coronavirus: categoria allo sbaraglio, senza cibo né servizi

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L’emergenza coronavirus ha messo e sta mettendo in difficoltà moltissime categorie lavorative.
Tra cui quella dei camionisti che, pur in mezzo a mille problemi, ci ha sempre garantito il trasporto dei beni di prima necessità. A causa dei provvedimenti adottati dal Governo italiano per contenere il contagio, i camionisti durante le trasferte incontrano gravi disagi: punti di ristoro e aree di servizio chiusi. Per questi «divoratori di chilometri» significa non poter mangiare, fermarsi per una sosta a bere un caffè, lavarsi, andare alla toilette.
Il loro lavoro è, già di per sé, molto impegnativo e, tutto il giorno sulla strada, non privo di pericoli. A ciò vanno aggiunte le complicanze portate dall’attuale stato di emergenza.
Abbiamo allora chiesto al borgosesiano Giorgio Gallina, che da anni svolge la professioni di camionista, come sta vivendo queste settimane.

Allora Giorgio, come vanno le cose sulle strade, in questo momento?
«Eh, noi camionisti sperimentiamo parecchi disagi. Quando arriviamo a destinazione, non troviamo locali aperti in cui poter mangiare, lavarci e andare in bagno. Dovendo noi espletare le nostre esigenze fisiologiche, dobbiamo per così dire arrangiarci, in qualche prato o aiuola. Non c’è altro modo».

E quindi come fate?
«Per mangiare, ce la caviamo. Il sabato, quando siamo a casa, andiamo a fare la spesa in modo che ci duri per tutta la settimana; oppure se incontriamo qualche mio collega che ha un fornelletto, insieme ci prepariamo qualcosa di caldo. Dove mangiamo? Sul serbatoio, perché non abbiamo né tavolino né sedie. Per il resto, come dicevo, ci dobbiamo inventare qualche soluzione».

Cosa dicono i tuoi colleghi? Secondo voi, cosa avrebbe dovuto fare il Governo?
«La pensiamo tutti nello stesso modo: almeno ogni 300 chilometri si sarebbe dovuto pensare di prevedere l’apertura di un ristorante, dove, con le dovute cautele, potersi fermare, lavare e poi pranzare e/o cenare. Non chiediamo la luna. Un posto ogni tanto per sostare e magari bere un caffè. Il Governo? Lasciamo stare, non voglio parlarne. Dico soltanto che non sarebbe per loro stato difficile individuare quei punti di ristoro da tenere aperti a servizio di noi camionisti».

Comunque, ogni giorno siete esposti a pericoli…
«Certamente. Giriamo tutta Italia, e il virus è presente ovunque. Naturalmente, il rischio contagio è dietro l’angolo. Ma non ci considerano. Pur di avere la merce, chiudono gli occhi. Non interessa chi siamo, cosa facciamo, come stiamo».

Hanno parlato, e certo a ragion veduta, di medici e infermieri che stanno facendo un super lavoro, ma di voi neppure una parola, eppure senza di voi si fermerebbe l’Italia…
«Non per essere presuntuosi ,ma praticamente portiamo avanti il Paese. Dovessimo fermarci noi, nessuno avrebbe più da mangiare, frutta, verdura, e poi anche la benzina, per fare un esempio, e molto altro. E’ vero che è il nostro lavoro, ma in questo momento saremmo aspettati un po’ più di rispetto».

Siete stati forniti di dispositivi individuali di protezione?
«Certo, almeno quello. Comunque, mascherine e guanti, niente di più».

Molte aziende hanno abbassato le serrande, quindi i viaggi per il trasporto delle merci penso siano in calo…
«Sì, il lavoro è in effetti un po’ diminuito. Alcune ditte però, fanno “agganciare” altre tipologie. Ti faccio un esempio: chi prima trasportava del ferro, ora “aggancia frigo” per portare materiale alimentare. Soprattutto nel Bresciano, le serrande abbassate sono state molte».

Come sono le strade in questo momento?
«Non ho mai viaggiato così bene. Non c’è nessuno, niente traffico: da questo punto di vista è molto più comodo e più tranquillo il nostro lavoro. Sono momenti che ci ricorderemo fino alla pensione».

Incontrate spesso, visto il periodo, le Forze dell’Ordine?
«Sì, abbastanza. Quando le incontriamo ci salutano, ci superano e ci dicono “ok” a gesti. Tutti gentili. Sanno che stiamo lavorando per tutti».

Ti è mai capitato, durante queste emergenza, di ricevere dei complimenti per il lavoro che svolgi?
«Proprio l’altro giorno, adesso che mi ci fai pensare, lungo l’autostrada che porta agli Appennini, mi ha superato una colonna di auto blu, con i lampeggianti. A un tratto una delle macchine ha rallentato e dal finestrino abbassato, credo sia stato qualche ministro o comunque un politico importante, mi ha battuto le mani e mi ha fatto “ok”. Mi ha fatto molto piacere».

Terminata l’intervista, Giorgio Gallina ha rimesso in moto il suo «amico» camion e con il piede sull’acceleratore si è diretto verso Lucca. Qui era atteso per un carico di materiale che avrebbe poi trasportato alla Ferrari, dove realizzano respiratori per gli ospedali.

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