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«Ormai, esiste solo il coronavirus »

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Ferruccio Baravelli, consigliere del Cai Varallo, anima del Grim, appassionato della montagna e dello sport in generale, lo conosciamo tutti, certamente lo conoscono in tanti.  E in tanti, sapendolo la settimana scorsa ricoverato in reparto covid all’ospedale di Borgosesia, gli hanno scritto e lo hanno chiamato per informarsi sulle sue condizioni, naturalmente, e per incoraggiarlo (è stato supportato dall’ossigeno, quindi su di lui il virus non ha agito come «una semplice influenza»).

«Parecchi amici» quand’era a Borgo non ci siamo parlati, ho preferito evitare di farlo stancare: ho optato per mail e messaggi «che fuori da qui frequento anche solo marginalmente in questo momento mi sono vicini con messaggi e telefonate. Questa cosa mi ha alleggerito molto la reclusione forzata in una stanza di circa 3×5 e mi ha fatto sentire l’affetto della mia Varallo e della mia Valsesia».
Dicevamo, non una semplice influenza: «No, ne sono convinto: si tratta sì di una patologia influenzale che però ha grandi potenzialità nel determinare altre e ben più letali patologie. Un virus, inoltre, dietro al quale, e a me pare ormai evidente, ci sono interessi di natura economica. In ogni modo, nella prima fase, quella di marzo, mi sono protetto molto meno, in termini di mascherine e distanza sociale… e il Covid l’ho preso adesso, nella seconda».

Baravelli sintetizza quel che gli è successo, e intanto, sulla base proprio della sua esperienza, esprime alcune personali considerazioni: «La sanità è ormai concentrata tutta e solo sul Covid, fatto che penalizza quanti soffrono invece di altre malattie. E io al momento ho il virus, quindi non parlo per interesse. Dunque, tra il 20 e 22 novembre mi rendo conto di avere difficoltà respiratorie e forse anche problemi cardiaci: avverto un dolore al petto. Nessun altro sintomo riconducibile al virus. Lunedì 23 vado dal mio medico di base che sospetta, a sua volta, visti i sintomi, qualche disturbo a carico del cuore; d’altra parte, mia moglie, sottoposta in quei giorni a tampone, risulta negativa. Il medico mi prescrive una urgenza breve per la visita. Chiamo il numero verde e l’operatrice mi dice che il posto più vicino è a Torino, dieci giorni dopo. Rispondo che mi sembra improponibile, e lei mi “invita”, e pure piuttosto sgarbatamente, a rifare l’impegnativa senza urgenza: entro qualche mese sarei stato visitato a Borgosesia. Provo a insistere per una soluzione diversa, e lei riattacca».

«La situazione peggiora» continua Baravelli, «allora mi procuro un saturimetro, che mi evidenzia un valore basso. Il mio medico, in attesa di visita cardiologica privata che prenota personalmente, decide per prudenza di iniziare la terapia da Covid. Nel frattempo cerca di prenotarmi un tampone al Santi Pietro e Paolo ma non trovano una data e allora ne faccio uno, molecolare, il 24 a Omegna. Nella notte successiva peggioro ancora: giovedì 25 all’alba vado al PPI di Borgosesia dove trovo personale fantastico che mi accoglie con grande professionalità e mi fa subito tutti gli accertamenti, tra cui due tamponi, uno rapido, negativo, e l’altro molecolare, negativo pure quello. La radiografia però evidenzia una polmonite bilaterale».

A quel punto, stante l’esito dei due tamponi somministrati nel presidio borgosesiano, Baravelli viene dimesso con le indicazioni per curarsi la polmonite. Nelle ore seguenti, tuttavia, e successivamente a una ulteriore visita, a domicilio, del medico di base, Baravelli è di nuovo al PPI del Santi Pietro e Paolo con impegnativa per una Tac ai polmoni, per sospetta embolia, poi confermata. A un nuovo tampone, ecco la positività, perciò il ricovero in reparto covid.

«Ma perché» si chiede Ferruccio Baravelli «se faccio tre tamponi negativi [arriverà poi la risultanza del test di Omegna: negativo – ndr] me ne devono fare altri finché non c’è quello positivo? Perché prima di mettermi in un reparto covid non è stato fatto un ulteriore accertamento, almeno uno, anche sull’esattezza dell’unico tampone positivo? Un protocollo decisamente rigido, alla luce del quale tutto parrebbe dover essere ricondotto al coronavirus. Anche se ovviamente ci sono ancora e sempre altre patologie, quelle classiche della storia dell’uomo e della medicina».

Prendendo le mosse da quanto è successo a lui, Baravelli qualche domanda sull’attendibilità dei tamponi se la fa: «Un argomento sul quale è lecito interrogarsi, anche perché si potrebbero rischiare sia falsi negativi che falsi positivi, con tutte le conseguenze del caso, tra cui la stesura “viziata” delle statistiche, che sono poi quelle che incidono sulla scelta dei provvedimenti da assumere in fatto di chiusure e/o aperture».

E pure sulla funzionalità della piattaforma, che definisce «invenzione poco efficiente» perché, aggiunge, «io so di persone iscritte in piattaforma come positive ma che non hanno mai fatto il tampone… o di altre, che dopo avere avuto esito negativo, in piattaforma risultano ancora per settimane positive e quindi “prigioniere”… a me pare che la gestione del sistema faccia acqua da tutte le parti».
Infine, chiare riflessioni sul nostro ospedale valsesiano: «Il Santi Pietro e Paolo è un bene preziosissimo che va mantenuto e sostenuto a ogni costo. Il personale tutto è professionale e umano. Ho compreso dagli occhi degli operatori e dai loro movimenti quanto sia difficile lavorare in queste condizioni, e senza mai mollare. Alcune infermiere che conoscevo anche fuori le ho riconosciute qui solo dagli occhi o dalla voce. Quando entri in un mondo come questo capisci che è tutta un’altra dimensione rispetto a quanto ci si possa immaginare all’esterno. La struttura di Borgosesia è moderna, ben dotata e funzionale. Non dovrà mai diventare un altro scatolone vuoto di un sistema di sprechi e interessi politici come quello italiano».

Comunque, Baravelli si sta riprendendo bene: l’ho sentito ancora mercoledì, e lui stesso è rimasto piacevolmente sorpreso dalla reazione che il suo fisico ha opposto al virus: «Oggi mi trasferiranno in Ostello a terminare la convalescenza. Sono convinto che il fatto di essere allenato, abituato a camminare, ad andare in bicicletta, quindi a poter contare su un fiato da sportivo, abbia inciso sui tempi di recupero. E poi, non fumo… »

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