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Ricordo di Albino Arienta

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Albino Arienta, alpino che combatté nella seconda guerra mondiale sul fronte orientale, dopo aver festeggiato il centoduesimo compleanno, si è spento serenamente, dopo una vita di lavoro, lasciando dei discendenti che ne perpetuano la memoria e l’amore per il suo paese natale: Rassa dove ha voluto essere sepolto, anche se da anni viveva a Vintebbio accanto alla figlia Maria.

La vita di Albino Arienta

Albino, nativo della frazione Piana, patria di diversi pittori locali come Anselmo e Giovanni Allasina, che hanno lasciato testimonianze della loro arte al Sacro Monte di Varallo, o Giacomo Arienta, pittore ottocentesco, era boscaiolo e falegname. Come purtroppo capitava a molti minusieri, lavorando perse le falangi di tre dita della mano destra, tranciate dall’utensile che stava utilizzando, ma quella menomazione non lo fermò, anzi riuscì ad adattarsi, tanto che presto riprese il suo lavoro e, nelle conviviali con gli amici alpini, brindava alzando il bicchiere di vino. Aveva mantenuto una memoria formidabile, come ha ricordato proprio quest’estate Gianpiero Zorzoli, storico “villeggiante” di Rassa, in un contributo pubblicato sull’ultimo libro di Emilio Uggeri: Rassa il filo magico, storia, conoscenza, esperienza. Un gustoso episodio trovò posto in prima pagina di Le Petit Journal, Supplemento illustrato della domenica, del 1906: la notizia di un bambino rapito dall’aquila. Il protagonista: Giacomino Guglielmina, era fratello della mamma di Albino.

Portatore dell’antica sapienza dei montanari, Albino conosceva i poteri taumaturgici delle piante che crescono in montagna e ricordava i luoghi in cui crescevano e dove si andava a coglierle per utilizzarle, non solo per curare, ma anche per scopi pratici, come evitare che le tarme divorassero i tessuti di lana. Il nipote Michele è Sindaco di Rassa e questo lo aveva riempito di orgoglio.

Chissà se una vita così lunga fosse stata raccontata e ascoltata, quante sorprese e insegnamenti avrebbe riservato. Quando un anziano muore, è una biblioteca che brucia: recita un antico proverbio africano. A volte dimentichiamo, o preferiamo non ricordare, che anche noi siamo stati in gran parte analfabeti e che le conoscenze ci venivano trasmesse non già dai libri, ma dagli anziani, dai nonni, dalle madri con storielle, proverbi, filastrocche, esempi, immagini sacre, orazioni. Ci siamo «digitalizzati» con tecnologie super raffinate, sia nell’informatica che nella scienza, imparando ad usare di tutto: radio, telefonini, tablet, televisori, smartphone con o senza auricolari, per cogliere al volo notizie da tutto il mondo. Non c’è più spazio per assimilare, accumulare esperienze, scambiarci un sorriso che non sia virtuale. Abbiamo trascurato i rapporti umani reali, quelli veri, che portavano i nostri anziani alla saggezza, alla sobrietà, al dialogo, al saluto, all’ascolto.

Ora Albino fisicamente non c’è più, ma sono contenta di aver contribuito a che il racconto della sua vita non andasse a fuoco per sempre.

Piera

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