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Rotary Valsesia: la Pasqua nelle grandi religioni monoteiste

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Giovedì 11 aprile, durante la tradizionale conviviale pasquale del Rotary Club Valsesia, alla quale hanno partecipato lo studente messicano che sta studiando in Italia con il progetto rotariano di scambio giovani, una giovane del Rotaract, e Maria Marcon, Presidente di Igea, il Presidente Lorenzo Del Boca ha aperto la seduta ricordando la scomparsa del socio fondatore Angelo Spezia, invitando l’amico ingegner Savino Rizzio a ricordarlo: “Socio fondatore del Rotary Valsesia nel 1978, del quale fu Presidente nell’anno rotariano 1986-1987, quando ricopriva di Presidente dell’Associazione Industriali Valsesia e Valsessera, incarico che mantenne fino al 1992. Angelo nei suoi interventi non era mai semplice, creava architetture di pensiero elaborate e sapeva sempre trovare il modo di sdrammatizzare e risolvere le conflittualità”. Dopo l’apprezzato intervento tutti i presenti si sono alzati per un minuto di silenzio in memoria di Angelo Spezia.
Il Presidente Del Boca ha poi fatto un’apprezzata prolusione dedicata alla Pasqua nelle grandi religioni monoteiste e alle tradizioni legate alla Pasqua cristiana: “La Pasqua è festeggiata da tutte le religioni monoteiste e cioè da quasi tutto il mondo. La celebrazione è una, ma anche trina nel senso che ognuno (ebrei, musulmani e cattolici) ci mette significati diversi per diverse interpretazioni. Gli ebrei ricordano l’attraversamento del Mar Rosso. Il termine Pasqua viene dal verbo ebraico Pesach, che significa passare. Un passare fisico attraverso l’acqua del mare e un passaggio sociologico di condizione: dalla schiavitù in Egitto alla libertà nella terra promessa. Passaggio – Pesach – non facile, perché all’Egitto sarebbe mancata la manodopera indispensabile per continuare i lavori di costruzione delle piramidi. E’ stato Mosè a intestarsi questa vertenza sindacale per affrancare gli ebrei. Adesso sarebbe sciopero. Allora, sono piovute dieci piaghe: l’acqua del Nilo rossa come il sangue poi i topi, la cavallette, le malattie per gli animali. Infine, ultima prova, lo sterminio dei primogeniti a opera dell’angelo del Signore. Come se i poteri soprannaturali avessero bisogno di indicazioni fisiche (ai giorni nostri, accade con il tom-tom sull’automobile) le case degli ebrei sono state marcate con una pennellata intinta nel sangue di un agnello cotto e messo in tavola per quell’ultima cena in casa d’altri. Da lì nasce la tradizione del pranzo di Pasqua che, come piatto forte, prevede, per l’appunto, di cucinare agnelli, capretti o, comunque ovini. Anche l’usanza delle uova viene da lì, perché rappresentano un passaggio da materia inerte alla vita del pulcino. Un tempo erano uova vere. Poi uova vere colorate. Adesso uova di cioccolato in tutte le declinazioni possibili dal nero-nero al bianco passando per quelle al latte. Gli ebrei festeggiano una settimana a cominciare dal 14 giorno del mese di Nisan che sarebbe il settimo del loro calendario. La data è mobile. Quest’anno cominciano il venerdì 19 aprile e terminano il sabato 27. In ricordo di quelle vicende egiziane, il primo giorno, i primogeniti sono tenuti al digiuno. Poi partecipano ai banchetti con i familiari. In tavola ci sono i piatti tradizionali con una prescrizione d’obbligo e un divieto. Devono esserci erbe amare per ricordare la sofferenza in Egitto e non può esserci pane lievitato, perché, in quella famosa ultima notte di schiavitù, alla vigilia della liberazione, gli ebrei dovevano essere pronti a partire in qualunque momento e, dunque, mancava il tempo perché lievitasse il pane. Il mondo musulmano, per dire Pasqua, dice Id al-addah e ricorda la prova cui venne sottoposto Abramo: Dio, apparendogli di notte, pretendeva che gli fosse sacrificato il figlio Isacco. La richiesta sembrava abnorme. E’ vero che, a quei tempi, il capofamiglia deteneva il diritto di vita e di morte sui membri della famiglia che, quindi, potevano essere sgozzati a suo insindacabile giudizio, però ammazzare il figlio, a freddo, senza giustificazione materiale, andava oltre la norma… e poi lo stesso Dio aveva promesso ad Abramo che sarebbe diventato il capostipite di un popolo destinato a essere più numeroso dei granelli di sabbia di una spiaggia, ma come poteva realizzarsi quel progetto se veniva a mancare proprio l’unico discendente, cioè il primo granello di quel numero sterminato di là da venire. Ma, Inshallah… se Dio vuole… Abramo si è preparato al sacrificio e solo quando stava per vibrare la pugnalata mortale, il solito angelo, messaggero del cielo, è intervenuto dispensando Abramo da quella terribile prova. Dio voleva soltanto mettere alla prova la fedeltà dell’uomo su cui aveva riposto fiducia e speranza e quella notte, si è accontentato di un caprone che si era infilato in roveto poco distante. In ricordo di quell’episodio i musulmani celebrano la giornata che viene indicata come “festa dello sgozzamento”. A essere sgozzati sono gli animali, addirittura i cammelli per le famiglie benestanti e numerose. Occorre che i capi di bestiame siano integri e adulti. Il sacrificio avviene dopo la preghiera del mattino e prima di quella del pomeriggio. A officiare il rito un capofamiglia maschio che deve trovarsi in stato di purità legale. A lui tocca pronunciare la formula, cioè un takbir: nel nome di Dio. In quel giorno, proprio perché è una festa liberatoria, il cibo deve essere abbondante. La festa dello sgozzamento avviene il decimo giorno del mese di Dhu Hijja che è il dodicesimo mese del loro calendario. I mesi fanno riferimento al ciclo della luna e sono di 29 giorni. Quest’anno la Pasqua islamica cade l’11 agosto. La Pasqua cattolica cristiana ci è più familiare. Anche qui un “passaggio”: quello dalla morte alla vita di Gesù che risorge, dopo il tormento del calvario e la crocifissione. Sacrificio indispensabile perché gli uomini potessero uscire dalla schiavitù (del peccato) e trovare la libertà (spirituale) Le analogie con i richiami ebraici sono evidenti. Del resto Gesù era stato chiaro: non era venuto per cancellare il passato ma per rinnovarlo. Le sue parole: “Propongo una nuova alleanza con il Padre mio” ovviamente tenendo conto di quella che esisteva precedentemente. Il primo patto era avvenuto dopo il diluvio universale quando una colomba con un ramoscello d’ulivo ha annunciato a Noè, unico sopravvissuto con la famiglia, che la collera di Dio si era placata. Pace. E la colomba rappresentava il simbolo della riconciliazione fra il terreno e il soprannaturale. La colomba è un riferimento estetico anche in occasione del nuovo e rinnovato patto che, tramite l’intercessione di Gesù, si ripropone fra l’uomo e Dio. Così, insieme all’agnello e alle uova, arriva in tavola la colomba. Per la gastronomia, il dolce che mangiamo abitualmente viene da una ricetta degli anni Trenta del Novecento, proposta dalla Motta. In realtà sarebbe più appropriata quella siciliana: la “pallumeddi” o “pastifuorti” che sono più piccole, con la forma di rombi e meno morbide come, per l’appunto, “pastifuorti” lascia intuire. La Pasqua cade nella prima domenica dopo il plenilunio di primavera: il 21 aprile per questo 2019. Le tradizioni sono innumerevoli ma alcune davvero curiose. A Teggiano, in provincia di Salerno, i figli baciano i piedi ai genitori in segno di sottomissione all’autorità paterna alla quale chiedono perdono per le inadempienze dell’anno passato. Chiedono perdono anche in Versilia ma, rivolgendosi direttamente a Gesù. Le donne dei marinai baciano la terra con la formula: “Terra bacio e terra sono, Gesù mio chiedo perdono”. L’Abruzzo, quel giorno, cuoce il pane, aggiungendo all’impasto, una cucchiaiata di acqua benedetta. Acqua benedetta anche nella Venezia Giulia: viene bevuta a digiuno, prima di colazione che consiste in due uova sode. In molte zone utilizzano il fuoco per simboleggiare la Pasqua perché le fiamme, sprigionandosi verso il cielo, sono liberatorie. A Coriano (Rimini) nella notte di Pasqua si accendono i falò, anche a San Marco in Lamis di Bolzano i tizzoni li dispongono su un carro che deve essere rigorosamente a due ruote destinato, ovviamente, a incenerirsi. A Firenze dall’anno Mille in avanti accendevano delle candele disponendole su tre pezzi di selce che, secondo la tradizione, arrivavano direttamente dai piedi della Croce. Il conquistatore di Gerusalemme Goffredo di Buglione le avrebbe regalate alla famiglia dei Pazzi. Però non esiste Pasqua di Resurrezione senza il Golgota e senza la morte di Gesù, infatti, per Romagnano, Pasqua significa soprattutto Venerdì Santo”. Il Presidente ha invitato tutti i presenti ad assistere alle sacre rappresentazioni romagnanesi, ormai conosciute e riconosciute in tutto il mondo.
Al termine della cena tra le signore presenti è stato sorteggiato un grande uovo di Pasqua vinto dalla Signora Beatrice Reggiani e gustato da tutti.

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