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Sei piccoli indiani al Museo Calderini

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Venerdì 28 giugno, Mario Remogna, presidente della Società d’Incoraggiamento, ha presentato i primi restauri su alcune statuette indiane appartenenti alla Collezione Etnografica: «La nuova stagione del Museo Calderini ci regala gradevoli sorprese: grazie alla conservatrice Marta Coloberti, studiosa attenta e appassionata, che ha trovato nella direttrice Carla Falcone un interlocutore positivo, si aggiungono sempre nuove conoscenze sui reperti conservati».
Come premessa al restauro delle statuine appartenenti alla Sezione Etnografica del Museo, Marta Coloberti ha spiegato come si sono formate le varie collezioni e come il Museo si sia arricchito con Sezioni anche apparentemente lontane dalla sua vocazione di Museo di Scienze Naturali: «Calderini invitava a donare oggetti al Museo e attraverso gli inventari, stilati dopo la morte del fondatore, siamo in grado di ricostruire la presenza dei vari oggetti: nel 1907 si annotano ventidue figure di legno rappresentanti varie razze umane, nel 1912 si parla di venticinque statuette in terra rappresentanti usi e costumi dei mongoli, nel 1960, nell’inventario dei depositi, si segnala la presenza di statuette in gesso e terracotta dipinte, sei cinesi, due arabe, quattordici arabe con costumi in stoffa. Presumibilmente si tratta degli stessi oggetti descritti in tempi diversi, da persone diverse, che di etnografia non sapevano molto. Di queste statuette però nel materiale del Museo non c’era traccia: per caso le ho ritrovate in un armadio della saletta dell’Incoraggiamento. Proseguendo le ricerche nella Sezione dell’Archivio di Stato di Varallo, in una lettera inviata dal Conte Giuseppe De Nicolay a Pietro Calderini si parla della donazione di una cassa di oggetti non ben identificati, provenienti dalle Indie, che erano stati acquistati dal fratello Gastone, morto nel 1898. Sul Monte Rosa del 29 luglio 1899 Pietro Calderini ringraziava il Conte per la donazione. Oggi, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, sono state restaurate sei delle sedici statuine facenti parte del nucleo indiano».
Per capire qualcosa in più su questi oggetti è stato interpellato il prof. Gianfranco Bonola, docente di Storia delle Religioni presso l’Università di Roma Tre: «Mi ha stupito apprendere che al Museo Calderini ci sia una Sezione Antropologica, un tempo definita Etnografica. Sullo sfondo di quegli anni dell’Ottocento c’è il colonialismo che guardava ai popoli extraeuropei con benevolo paternalismo o con disprezzo. Quando ho visto le fotografie delle statuette ho constatato che le statuette indiane erano quasi tutte dello stesso formato e costituivano un gruppo unitario, riconducibile come provenienza al sud del Sub Continente Indiano, alla regione del Rajasthan e del Punjab».
Bonola ha poi evidenziato alcune caratteristiche somatiche, e dell’abbigliamento, che suffragavano questa ipotesi, come per esempio la presenza del «doti», il pezzo di stoffa che si lega alla vita, però ha anche avanzato alcuni interrogativi: «Alcune statuine hanno lineamenti troppo simili a quelli europei ed è completamente assente il “sari”: si potrebbe quindi pensare a un popolazione tribale del sud indiano». Questo nucleo è qualcosa di molto originale che certo merita approfondimenti: «Nei vari musei e nei cataloghi di arte orientale che conosco non ho mai visto oggetti simili: non esiste una tradizione indiana di manufatti che ritraggano vari tipi di popolazione, in India manca la tradizione di raffigurare gente comune, sembrerebbero quindi oggetti fatti a uso degli europei, ma bisognerebbe proseguire le ricerche per capire esattamente da dove provengano, indagando sui viaggi del conte Gastone».
L’ultimo intervento è stato affidato al restauratore Jacopo De Dominici, che con la sorella Sara è intervenuto su questi oggetti: «Come premessa vorrei evidenziare che l’aspetto puramente tecnico del restauro si mescola con quello emotivo: abbiamo cercato prima di tutto di capire l’opera, entrando poi nel contesto tecnico-costruttivo. Queste statuette sono state fatte in India, ma con la supervisione di uno scienziato che voleva che fossero costruite in modo preciso, per un racconto a uso degli occidentali, come dimostrano particolari che certamente incuriosiscono».
De Dominici ha poi spiegato come queste statuine nascano da un basamento, sul quale si innesta uno scheletro in bambù, utilizzato per costruire i volumi con stoffa imbevuta di resina gessosa, poi dipinti.
Al termine della presentazione il pubblico è salito al secondo piano, dove ha sede il Museo: le statuine restaurate sono state esposte all’esterno in un apposito armadio, contrassegnato dalla dicitura: «Museum in progress».

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