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Covid-19: precauzioni e buonsenso, intervista al dott. Alessandro Stecco

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Il periodo non è dei più facili, chiaro. Informazioni che si incrociano, notizie veicolate da più parti e che spesso sembrerebbero in contrasto, voci sentite in giro, supposizioni, dubbi, perplessità; ansia e paura: a volte purtroppo sì, anche.
Insomma, ci è parso giusto (e pure doveroso) parlare con chi ne sa più di noi, e per un motivo molto semplice: è un medico. Giorni intensi e impegnativissimi, ma il dott. Alessandro Stecco, responsabile dell’Unità di Neuroradiologia nel reparto di Radiologia dell’Ospedale Maggiore di Novara, presidente della Commissione Regionale Sanità, ha lo stesso, e lo ringraziamo per la cortese disponibilità, accettato di rispondere a qualche domanda: emergenza coronavirus, è possibile chiarirsi le idee?
«Innanzitutto» ha detto subito il dott. Stecco «è necessario diffondere le dovute informazioni: tramite i giornali, i social, i media in genere. Mai prima di oggi, di quello cioè a cui stiamo assistendo, è risultato così importante, direi anzi fondamentale, “informare”: con chiarezza, correttamente, in una maniera che sia accessibile a tutti».

Dott. Stecco, come ci si deve regolare se, per esempio, ci accorgiamo di avere qualche linea di febbre, un po’ di raffreddore? «La prima cosa da fare è sentire il medico di base e non, assolutamente, andare al Pronto Soccorso, che da troppi anni è diventato erroneamente il punto di riferimento principale. No, in primis, in assenza di una sintomatologia forte, difficoltà respiratorie e/o temperatura molto alta, occorre riferirsi al medico curante, che va sentito comunque. Intasare i Pronto Soccorso, come è successo a inizio settimana con quello dell’Ospedale di Borgosesia, è del tutto controproducente, per sé e per gli altri: si rischia di sottrarre risorse a chi potrebbe averne davvero bisogno. Se la sera si ha soltanto qualche linea di febbre, è ragionevole non allarmarsi e aspettare di vedere come ci si sente la mattina dopo. Se invece i sintomi fossero più “pesanti”, allora il riferimento è, oltre al medico di famiglia, un numero telefonico, il 112: va descritta la sintomatologia a chi risponde che, se lo ritiene opportuno, manderà personale sanitario a somministrare un test al domicilio».
Per quanto riguarda invece le precauzioni da prendere per evitare il contagio e, per esempio, la corsa all’acquisto di mascherine, il dott. Stecco ricorda come questo tipo di protezione vada usato «quando necessario, in particolare se si hanno sintomi influenzali, se si accudisce un anziano o una persona a rischio per malattie croniche o in caso di operatori sanitari che possono essere esposti, e comunque sempre seguendo le indicazioni fornite dal ministero della Salute e che si possono trovare sul sito. E’ inoltre sicuramente buona norma che le persone mantengano tra loro una giusta distanza, quantificabile in un metro circa, e che evitino una lunga permanenza in spazi chiusi e affollati; all’aperto il rischio è invece meno marcato».
Altra questione piuttosto dibattuta, e sulla quale è giusto approfondire, è quella legata alla decisione di chiudere le scuole (di ogni ordine e grado) confrontata con un’altra: lasciare invece libere le persone, per esempio, di fare sport, in palestra, piscina, sui campi di calcio… Non è aggregazione in ogni caso? «Be’, pensiamo che negli spazi scolastici vivono, per tante ore al giorno, tutti insieme in classe o negli uffici, alunni, di solito tanti, personale ausiliario e insegnanti, alcuni dei quali non di rado vengono da fuori. Un gran numero di persone, dunque, che trascorre gran parte della giornata in ambienti circoscritti. L’Unità di Crisi prima ha dunque valutato la necessità, essendo pressoché impossibile prevedere norme diverse per scuole con popolazione più o meno elevata, di tutelare maestri, professori, bambini e ragazzi. Tale norma e’ stata recentemente confermata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. D’altra parte, è piuttosto difficile che da extraregione, da aree con un numero maggiore di casi, come dalla Lombardia, vengano a farsi un tuffo in piscina a Borgosesia, o a seguire lezioni di aerobica in una palestra valsesiana: in genere si tratta di gruppi ridotti, di persone del paese, che rimangono a contatto per un lasso di tempo anch’esso ridotto. Questa è, sostanzialmente, la differenza fra i due casi».
«Il Piemonte» aggiunge «è stato più fortunato della Lombardia: da noi non si era registrata un’esplosione di casi prima di prendere le misure, siamo partiti prima, attrezzandoci in anticipo per rispondere a quel che potrà accadere. Nella nostra regione non c’era infatti un “cluster”, un raggruppamento, cioè, di malati che “nascono” dal territorio: le positività fino a questo periodo sono state in qualche modo collegabili ad altre zone (per esempio un piemontese positivo potrebbe avere contratto il virus durante una visita a parenti che vivono nella cosiddetta “zona rossa” della Lombardia). Ricorrendo alle misure di “contenimento” si abbassa la possibilità di trasmissione di Covid19. Niente panico» raccomanda il dott. Stecco. «Importante è mantenere la calma e fidarsi dei medici e delle istituzioni. Non esistendo ancora un vaccino per coronavirus, si interviene appunto con il “contenimento” e con campagne di informazione della popolazione, ed è necessaria la piena collaborazione di tutti i cittadini. Con i provvedimenti assunti si intende infatti “contenere” la diffusione del virus per evitare che in tanti si ammalino nello stesso momento. Minore sarà il numero dei casi affrontati dagli operatori degli ospedali e meglio questi potranno essere fronteggiati e curati. Norme di precauzione, quindi, e buonsenso».
Per concludere, non possiamo non chiedere al prof. Stecco perché, se, come si dice, Covid19 si manifesta pressoché allo stesso modo di una sindrome influenzale con dati di letalità molto simili, è la prima volta (perlomeno da quanto io, che non sono certo giovanissima, mi possa ricordare) che si assiste a uno «scossone» tanto forte e destabilizzante nel quotidiano di ognuno di noi. «Covid19 nell’80/90 per cento dei casi sviluppa in chi lo contrae sintomi lievi o moderati» spiega il medico. «Per la restante percentuale il rischio è di complicanze legate alla polmonite, che richiede una ospedalizzazione in terapia intensiva per la necessità che ha il paziente di essere monitorato e ventilato con adeguata apparecchiatura. Le persone a rischio – fasce deboli della popolazione con problemi di salute pregressi, cronicità conclamate, patologie già in essere – sono le stesse che “rischiano” con l’influenza annuale. Con una sola ma sostanziale differenza: per l’influenza il vaccino esiste, non c’è invece per coronavirus. Che quindi ci ha colti impreparati, scoperti, trasmettendosi e diffondendosi facilmente visto che non trova ostacoli. Nessuno di noi ha, nei confronti di questo virus, una memoria immunitaria che lo preservi. E qui sta la difficoltà: siamo tutti esposti, e appunto per questo è fondamentale il “contenimento”: per scongiurare l’eventualità che ci si ammali tutti contemporaneamente mettendo in crisi le risorse sanitarie del Paese e per proteggere le fasce cosiddette deboli, chi è anziano, pluripatologico o immunodepresso. Ribadisco: no panico, non serve e neanche è giustificato. Le istituzioni preposte stanno facendo il massimo. Sì invece ai comportamenti responsabili da parte dei cittadini la cui collaborazione è assolutamente preziosa per riuscire tutti insieme ad affrontare e a vincere questa sfida».

L.L.

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