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Edoardo, che «vedeva quello che gli altri non vedono»…

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BORGOSESIA – Veramente tante le persone che domenica 8 gennaio hanno scelto di partecipare al momento di ricordo voluto dalla famiglia per «rendere onore al nostro ragazzo», a Edoardo «Lallo» Barbaglia, e tenuto nella palestra Iron Gym dove Edoardo quando tornava per qualche giorno in Italia andava ad allenarsi (eccelleva, con parecchi e prestigiosi titoli conquistati, in questa particolare disciplina sportiva).

Come ha spiegato Enrico, papà Barbaglia, Edo non è morto in un incidente stradale ma «si è tolto la vita». Da anni Lallo soffriva di depressione, «quella malattia che ti fa vedere giganteschi problemi che in realtà non lo sono».

Il desiderio dei genitori e dei fratelli è stato quello certamente di ricordare una persona «unica e diversa dagli altri, un uomo buono, che era incapace di concepire la cattiveria: né a farla né a riceverla» ma anche di lasciare una sorta di messaggio, forse addirittura di lanciare un appello: «Tante e tante volte lo abbiamo sostenuto, gli abbiamo parlato. Nel solo anno 2022 siamo andati sei volte in Sudafrica – dove Lallo aveva deciso di stabilirsi e dove anche aveva studiato, si era sposato ed era diventato il papà di Emilio – e lui per tre volte ci ha raggiunti qui in Italia. Abbiamo fatto di tutto, di tutto. Gli abbiamo ripetuto all’infinito “Lallo, ti amiamo”. Ma non è bastato. Vorremmo che la sua morte non fosse inutile, che riuscisse a trasmettere il valore e l’importanza fondamentale dell’“amore”: dite ai vostri cari, ai vostri familiari, alle persone cui siete legate, dite sempre loro che li amate, perché non si sa, non si sa davvero, cosa ci potrebbe essere dietro».

La mamma Emanuela ha ricordato l’esistenza e le finalità dell’associazione «Buonanno Viva la Valsesia»: «Questo organismo l’avevamo aperto e attivato poco dopo la scomparsa di mio fratello Gianluca. Fino a ora il suo scopo è stato quello di raccogliere fondi per aiutare chi potrebbe avere, su più fronti, bisogno. Durante l’emergenza sanitaria, per esempio, avevamo distribuito borse della spesa alle famiglie più in difficoltà. Insomma, un sostegno a chi per differenti motivi fa fatica. Da oggi l’associazione porterà anche il nome del nostro Edoardo: lui amava molto i bambini, grande e grosso com’era comunicava loro un senso di protezione, loro lo cercavano e lui si faceva trovare. E allora le somme che l’associazione raccoglierà saranno destinate ai bimbi meno fortunati, ce ne sono tanti, e noi, col nostro Lallo e proprio come lui avrebbe voluto, desideriamo aiutarli».

I ricordi, gli episodi narrati, le fotografie, la lettura commossa dei pensieri che gli amici hanno rivolto a Edoardo dopo la sua morte, le parole di don Gianluigi, la sofferenza di mamma e papà, intensa però vissuta con assoluta dignità («Ci dà conforto il fatto che i suoi organi e tessuti, donati secondo la sua volontà, consentiranno a qualcuno di vivere meglio e ad altri di vivere»), tutto ciò ha davvero permesso a noi che eravamo lì e non lo conoscevamo di comprendere quale persona sia stata Edoardo Barbaglia.

Proprio come ha scritto di lui la sua amica Camilla: «un ragazzo che vede quello che gli altri non vedono».
Sono convinta che esistano, persone così, che cioè possiedono «il terzo occhio», rare, molto rare, portatrici di una sensibilità speciale, difficilmente rintracciabile. Anime generose, preziose, spesso fragili e disarmate di fronte alle difficoltà che la vita quotidianamente (e un po’ anche naturalmente) ci presenta.

A noi, a quanti di noi è stato dato di afferrare il concetto, non resta che raccogliere l’appello della famiglia di Lallo.

 

L. L.

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