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Mille anni di San Bononio: la comunità di Doccio si è riunita per celebrare l’importante ricorrenza

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Mille anni di San Bononio: la comunità di Doccio si è riunita per celebrare l’importante ricorrenza

QUARONA – Il 5 settembre la Comunità di Doccio ha celebrato con un convegno, intitolato «San Bononio a 1.000 anni dalla morte, storia, culto e tradizioni», che si è tenuto nella chiesa parrocchiale, il millenario della nascita in cielo del patrono, canonizzato dal pontefice Giovanni XIX, mentre il vescovo di Vercelli Arderico ne monumentalizzò la sepoltura con la costruzione di un altare. In occasione del Millenario la Parrocchia ha ristampato un’immaginetta del Santo, distribuita ai fedeli e a tutti i presenti.

Mille anni di San Bononio: la comunità di Doccio si è riunita per celebrare l’importante ricorrenza

Sulla balaustra dell’altare, in occasione dei festeggiamenti, è stata collocata la statua lignea di San Bononio, ritrovata nel 1966, a seguito di ricerche sistematiche avviate nella chiesa su consiglio di Noemi Gabrielli: «Una pregevole statua in legno di castagno rappresentante San Bononio abate, patrono della chiesa, in mitra e piviale, mentre regge nella sinistra un volume» scrisse il prof. Casimiro Debiaggi (tra l’altro presente al convegno di sabato) nel 1968 in un articolo pubblicato sul Bollettino della Società Piemontese di Belle Arti.

Risale al 1990 la riscoperta di un ciclo di affreschi all’interno della chiesa, attribuiti al Maestro della Madonna di Re, che presenta una sequenza di santi, tra i quali un santo monaco in saio nero e col bastone pastorale, da identificarsi in San Bononio Abate, che sarebbe la più antica immagine che si conosca nei vari luoghi in cui il Santo è venerato.

Il parroco di Quarona e Doccio don Michele Valsesia ha portato il saluto della Parrocchia ringraziando i relatori per il loro contributo nel far conoscere e valorizzare il Santo patrono.

Don Paolo Milani, direttore della Biblioteca Gaudenziana, docente di Storia della Chiesa medievale, ha trattato il tema «Il monachesimo benedettino nell’occidente medievale. Alcuni tratti di un’esperienza fondamentale per la Chiesa e per la società», ricordando che il monachesimo occidentale nacque in Provenza e nell’Italia del centro nord, citando le esperienze di Lerina al largo della costa vicino all’odierna Cannes, oggi conosciuta come Ile de Saint-Honorat de Lérins (Isola di sant’Onorato di Lérins), un monastero fu fondato tra il 400 e il 410 da Onorato, un nobile gallico che aveva abbracciato la vita ascetica e Caprasio e di Marsiglia, dove san Giovanni Cassiano, sacerdote, fondò due monasteri, l’uno maschile e l’altro femminile, e, nella sua lunga esperienza di vita monastica, scrisse le «Istituzioni cenobitiche» e le «Conferenze dei Padri» per l’edificazione dei monaci.

In Italia fiorirono le esperienze monastiche di San Paolino di Bordeaux, vescovo di Nola, di Cassiodoro, fondatore nel VI secolo di Vivarium, celebre monastero e centro di studi in Calabria, e infine di San Benedetto da Norcia, considerato il padre del monachesimo occidentale ed il fondatore dell’ordine benedettino, che nel VI secolo diede una svolta decisiva alla vita spirituale e culturale d’Europa, autore della Regola, nata dall’esperienza del monastero, alla quale era sottoposto anche l’Abate.

Milani ha ricordato come accanto al monachesimo benedettino ci fosse quello celtico, o insulare, o britannico, con San Patrizio e San Palladio nel V secolo, San Brandano e San Colombano nel VI, caratterizzato da una fortissima ascesi e da una vita molto dura. Il monachesimo benedettino, appoggiato dai carolingi, divenne l’unico del monachesimo occidentale, da cui nel X secolo nacque l’esperienza di Cluny, centro spirituale, politico e culturale più influente d’Europa durante il Medioevo. Fondata nel 910 dal duca Guglielmo d’Aquitania, l’abbazia fu posta sotto la diretta autorità del Papa, sottraendosi al controllo dei signori e dei vescovi locali. Il sistema cluniacense divenne un modello cui si ispirarono altre fondazioni monastiche. L’esperienza benedettina vive tuttora nel mondo e nella Chiesa di oggi.

Il Professor Don Damiano Pomi, parroco di Ghemme, docente presso il Dipartimento di Beni Culturali della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Pontificia Università Gregoriana di Roma, si è messo: “Sulle orme di San Bononio. Un cammino di storia e di fede”, riassumendone le note biografiche desunte dalla Vita e miracoli di San Bononio, testo scritto da un monaco di San Genuario che avrebbe conosciuto Bononio, il quale sarebbe nato a Bologna, nella seconda metà del X secolo, da dove partì per l’oriente e si stabilì a Babilonia d’Egitto, l’odierno Il Cairo, a condurre vita eremitica.

Quando Pietro, vescovo di Vercelli, venne catturato dagli arabi, in seguito alla sconfitta subita da Ottone II a Stilo, in Calabria, Bononio si interessò per la sua liberazione che si concretizzò prima del 990. Al suo ritorno in patria, Pietro per riconoscenza nominò il santo, nel frattempo ritiratosi a vita eremitica sul Sinai, abate del monastero di San Genuario, presso Crescentino, dove Bononio, ricco della sua esperienza monastica, di profonda spiritualità e dotato di singolari capacità pratiche, si dedicò al governo della fondazione monastica. Don Pomi si è poi soffermato sui luoghi in cui si diffuse il culto di San Bononio, tutti legati a presenze monastiche: Fontanetto Po, dove è conservata l’unica reliquia del Santo: un sandalo, Parone, San Dionigi a Locarno, Doccio, dove l’antico oratorio del V o VI secolo, dedicato a Sant’Ambrogio fu ingrandito e dedicato a San Bononio, Curino, Pozzengo frazione di Mombello Monferrato, Settimo Rottaro, ricordando che questo santo fu tra i protagonisti della storia religiosa del territorio vercellese del X – XI secolo.

Il Professor Franco Dessilani, Presidente dell’Associazione di Storia della Chiesa Novarese e condirettore della rivista Novarien, ha parlato della Presenza monastica in Valsesia nel Medioevo: “In Valsesia non abbiamo avuto monasteri, ma solo la presenza di possessi monastici”. L’Abbazia di Arona nella seconda metà del X secolo possedeva l’Alpe Rotunda, l’alpe Rondo a San Gottardo di Rimella, l’Alpe di Macugnaga e la chiesa di San Graziano a Grignasco. L’abbazia di San Nazzaro Sesia fondata dai Biandrate, in Valsesia possedeva: l’alpe Meggiana, l’alpe Sorbella e l’alpe Sassolenda a Rassa, l’alpe Artogna, sopra Campertogno, l’alpe Olen ad Alagna, e a Doccio un “manso”, termine che nel periodo medievale indica un podere, o un’unità di terreno agricolo, sufficiente a mantenere una famiglia contadina. Da un documento del dicembre 1202 risulta che Guglielmo, abate di San Nazzaro, nel luogo di Doccio, ad camitatam, nella sala con camino da fuoco (la casa di pietra con camino era un simbolo del potere signorile) ricevette da un certo Lanfranco: “Quinque caseos” cinque formaggi, ed un indennizzo in denaro per il manso.

Nel 1083 il Conte Guido di Biandrate donò al monastero di Cluny alcuni possedimenti in Valsesia: la chiesa di San Pietro di Parone, con tutte le decime dello stesso luogo, la chiesa di San Dionigi di Locarno e tutto il paese con le sue pertinenze, tutta l’alpe di Oltro (Otro), tutta l’alpe di Muti (Mudd), tutta l’alpe Tanutrobarte, due mansi in Rocca, un manso in Varallo, uno in Foresto, mezzo manso “in Ductio”: tanto che alcuni studiosi azzardarono l’ipotesi che Parone, Locarno e Doccio costituissero quasi un’enclave, cioè un unico territorio cluniacense, isolato nel centro della Valsesia. Attraverso i monasteri i Biandrate continuavano a mantenere parte del controllo sulla Valsesia.

Al termine del Convegno che ha contribuito alla conoscenza di una parte della storia del medioevo valsesiano, oltre che far luce su San Bononio, a tutti i presenti è stato offerto un aperitivo all’esterno della chiesa.

Foto Luigi Manghetti

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