Attualità
Presentato il romanzo “Miele amaro” di Claudio Giacomone Cerino
VARALLO – Aristide Torri, Presidente del Consiglio di Biblioteca, ha voluto pubblicamente ringraziare Attilio Ferla, che per otto anni ha rappresentato l’Unione Montana dei Comuni della Valsesia come Assessore alla Cultura, presenziando a tutte le presentazioni, mostre, dibattiti, sostenendo e valorizzando la cultura valsesiana. Torri ha quindi augurato buon lavoro a Miriam Giubertoni, Sindaco di Campertogno e nuovo Assessore alla Cultura, che è l’editore di “Miele amaro”, primo romanzo di Claudio Giacomone Cerino, presentato sabato 25 luglio in Biblioteca a Varallo, di fronte a un pubblico numeroso ed attento.
Presentato il romanzo “Miele amaro” di Claudio Giacomone Cerino
“Claudio Giacomone mi aveva proposto la pubblicazione di questo intenso affresco corale che racconta la dignità del mondo contadino negli anni Cinquanta, il dualismo tra fede e ragione: l’opera superava le settecento pagine, ma, grazie al lavoro dell’editor Maddalena Musazzi, è stato “asciugato” e ora si propone come una storia drammatica, perché i protagonisti subirono tante sciagure, ma riuscirono a superare le difficoltà con la tenacia dei valsesiani. E’ una vicenda che permette di conoscere un mondo che di lì a poco sarebbe profondamente cambiato, l’Autore ha saputo cogliere le sfumature della storia quando l’Italia correva e la Valsesia arretrava”: così Giubertoni ha inquadrato l’opera all’interno delle sue linee editoriali avviate con la pubblicazione di saggi storici.
Claudio Giacomone propone un’opera autobiografica che va a colmare il “vuoto” di memoria di un decennio cruciale per l’Italia: “La ricostruzione fece ripartire l’Italia, ma la Valsesia conobbe anni di recessione: il miele amaro del titolo allude alla divisione della società tra ricchi e poveri, che rappresentavano la maggior parte della popolazione, è quella miseria conosciuta dalla zia Santina, che non la lasciò mai. Sono passati settantacinque anni da quelle vicende, eppure sento che ricordarle e scriverle, è stato un atto importante, quasi un dovere nei confronti dei miei genitori ai quali è dedicato il libro, che è stato scritto nel periodo del Covid, quando eravamo isolati e avevamo molto tempo a disposizione anche per riflettere”.
Il primo approccio con un libro avviene attraverso la copertina e in questo caso è tratta da un quadro del pittore borgosesiano Angelo Pagani, che dipinse proprio la casa della frazione borgosesiana in cui è ambientato il romanzo: “Quello è il portone della mia casa, allora abitata da ben undici persone, oggi molte cose sono cambiate, ma io credo che quell’olio rappresenti bene le tonalità sobrie della vicenda in cui non ci sono colpi di scena, ma i giorni, i mesi e gli anni scorrono seguendo i ritmi della vita di provincia. Il benessere e l’euforia della fine del decennio si trasformarono rapidamente in un radicale capovolgimento: la malattia che condurrà a morte Peter sarà l’occasione per la colta ed elegante Emy di ripensare ai veri valori dell’esistenza”.
Il romanzo può essere apprezzato dagli anziani, per ricordare come eravamo, ma anche dai giovani, per comprendere le difficili radici del presente: «Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro», così lo scrittore cileno Luis Sepúlveda sottolineava lo stretto legame che esiste tra il passato, custodito dalla memoria, la comprensione del presente e, quindi, la costruzione del futuro. Miele amaro è un romanzo al femminile, perché le vere protagoniste sono le donne che avevano un peso fondamentale nella società valsesiana, erano il muro maestro sul quale poggiava la famiglia.
Il Parroco Don Felice, austero e pragmatico, è il personaggio che fa emergere temi difficili, solitamente occultati, piaghe sociali come l’alcolismo, la violenza domestica, gli incidenti sul lavoro che spesso determinano nei personaggi che li subiscono profondi cambiamenti, la povertà che è concausa di morti precoci. Paolo, che ha combattuto sul fronte iugoslavo, ha vissuto la guerra civile, è stato drammaticamente toccato dalle inique leggi razziali, è straziato dai ricordi che popolano le sue “notti insonni”.
Meritano un cenno anche le “lingue” del romanzo: l’italiano intercalato con espressioni dialettali valsesiane, milanesi, venete o del sud, (tutte tradotte a piè di pagina), le molte citazioni in francese e in tedesco, sempre utilizzate per caratterizzare momenti della vita dei personaggi, la presenza del latino, un sostrato comune e trasversale.
La lettura può essere un’occasione per un “pellegrinaggio letterario” sulle strade della bassa Valsesia, per coglierne persistenze e mutamenti radicali.
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