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«Quando l’esercito sabaudo saccheggiò Romagnano…»

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«Quando l’esercito sabaudo saccheggiò Romagnano…»

ROMAGNANO – Una pagina di storia locale, drammatica e per troppo tempo rimasta nell’ombra, è tornata alla luce in una biblioteca comunale gremita. L’occasione è stata la conferenza del dott. Paolo Cirri, presidente dell’Associazione Amici del Parco della Battaglia di Novara, introdotto dal consigliere Paolo Feccia, alla presenza del Sindaco e di numerosi storici del territorio. Al centro del dibattito, un evento paradossale e feroce: il saccheggio di Romagnano del 24 marzo 1849. ​

«Quando l’esercito sabaudo saccheggiò Romagnano…»

Se la storia ufficiale ricorda la Battaglia di Novara del 23 marzo come lo scontro decisivo tra l’Impero Austriaco e il Regno di Sardegna, la «microstoria» di Romagnano racconta una verità molto più amara.

Secondo le ricerche di Cirri, il saccheggio subìto dal borgo fu, in proporzione, molto più pesante di quello della stessa Novara. I danni calcolati sono impressionanti: rapportati a oggi, si parla di una cifra oscillante tra i 3 e i 4 milioni di euro. ​Ciò che rende questo episodio una vera e propria «macchia» nella storia risorgimentale è l’identità degli assalitori: a saccheggiare Romagnano non furono i nemici austriaci, ma i soldati dell’Esercito Sabaudo.

«Il contesto è quello di un esercito in rotta dopo la sconfitta contro Radetzky» ha spiegato Cirri «già dalla sera del 23 marzo, migliaia di sbandati si erano diretti verso Fara con l’obiettivo di attraversare il Sesia e riparare nel Vercellese, evitando il contatto con le truppe imperiali. Romagnano permetteva il passaggio in sicurezza. In poche ore, una comunità che contava appena 2.500 abitanti si trovò invasa da una massa umana di 30 – 35 mila soldati. Un esercito composto in gran parte da persone del popolo, poco istruite, reduci dalla dura campagna del 1848 e ormai prive di ogni motivazione ideale. Tra le file regnava il disincanto: “Per chi stiamo combattendo?”, era la domanda che serpeggiava tra reparti che non sentivano più il legame con un territorio che percepivano quasi come estraneo».

Da qui, i fatti incresciosi: nonostante l’amministrazione e le famiglie di Romagnano avessero accolto i militari con spirito collaborativo, la situazione degenerò rapidamente. Armi in pugno, i soldati sabaudi scatenarono una violenza cieca.

«Non risparmiarono nulla: vennero saccheggiate botteghe e abitazioni private, rubati persino le cornici dei santini dalle pareti e, in un clima di caos totale, si arrivò a sparare ai polli nei cortili o per strada per fame o puro vandalismo» ha proseguito il professore «l’assalto durò fino al tardo pomeriggio, intorno alle 17,30, quando l’arrivo dei Dragoni Lombardi riuscì finalmente a riportare l’ordine con la forza. La gravità degli eventi fu tale che il comando dovette ricorrere a misure estreme per sedare l’insubordinazione: a Romagnano venne applicata la pena di morte e quattro soldati piemontesi, colti in flagrante a rubare ai danni dei propri concittadini, furono fucilati sul posto».

​L’incontro in biblioteca ha sottolineato come questo episodio rappresenti un unicum tragico: un esercito nazionale che depreda il proprio popolo.

Analizzare oggi il saccheggio del 24 marzo 1849 non significa sminuire gli ideali del Risorgimento, ma restituire verità storica al sacrificio di una comunità che pagò un prezzo altissimo per la vicinanza strategica ai campi di battaglia.

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