Seguici su

Attualità

Rovasenda chiude Risò 2026 con un convegno

Pubblicato

il

Rovasenda chiude Risò 2026 con un convegno

ROVASENDA – A conclusione degli eventi di Risò 2026, lunedì 14 settembre, il Comune di Rovasenda ha organizzato nello storico castello un convegno intitolato: Riso e risaie tra Medioevo ed Età Moderna, un viaggio nel tempo alla scoperta del legame tra riso, risaie e storia locale, guidato da: Federico Carola, storico, autore del volume Mille anni di cristianesimo a Rovasenda pubblicato nel 2002 e Sindaco del paese dal 2024, Paoletta Picco, giornalista, collaboratrice dell’Assessorato alla Cultura della Provincia di Vercelli, Vice Capo Delegazione Fai di Vercelli, e Gabriele Ardizio, storico e archeologo, Vice Preside della Scuola Secondaria di Primo Grado di Lessona, Guida Turistica. Tutti e tre i relatori si sono avvalsi di immagini che catturavano l’attenzione e davano maggior vigore alle brillanti esposizioni.

Rovasenda chiude Risò 2026 con un convegno

Carola ha iniziato Il viaggio del riso nella storia e nella medicina, ponendo la domanda se in Europa fosse conosciuto il riso nel Medioevo: “Il riso, cereale di importazione, era utilizzato come spezia, come medicamento e, solo da ultimo, come alimento. Arrivò in Grecia dopo la spedizione di Alessandro Magno in India, ma la prima descrizione del riso si deve a Teofrasto, discepolo di Aristotele nel IV secolo a.C..

A Roma il riso era più farmaco che alimento comune, e il suo costo era elevato: venne citato dal geografo romano Strabone, mentre il poeta Orazio nella Satira III ne fa intuire il valore attraverso la figura del ricco patrizio avaro che ironizza sul costo della cura a base di riso prescrittagli dal medico”. Carola ha anche raccontato alcune “cantonate” prese sul riso, come la famosa descrizione di Plinio il Vecchio, che in realtà corrisponde all’orchidea. Bisognerà arrivare al Settecento con Linneo medico, botanico e naturalista svedese, universalmente considerato il padre della tassonomia e della classificazione scientifica moderna degli organismi viventi, per avere una descrizione scientifica.

Il riso fu portato in Sicilia dagli Arabi e si diffuse in Italia attraverso i commerci delle Repubbliche marinare. La coltivazione estensiva è dovuta ai monaci cistercensi, che, a partire dal XII secolo, attivarono una straordinaria opera di bonifica e gestione del territori. Dopo aver citato la presenza del riso alla corte dei Savoia e nel Ducato di Milano, Carola ne ha illustrato i tre principali utilizzi: terapeutico, cosmetico e infine alimentare, ricordando la famosa Scuola Salernitana, ma anche Dioscoride e Galeno, Aulo Cornelio Celso, Antimo, medico alla corte di Teodorico, Avicenna (il cui nome originale era Ibn Sīnā) il, famosissimo medico, filosofo, matematico e fisico persiano vissuto tra il 980 e il 1037 d.C. , Areteo di Cappadocia, il primo medico a descrivere la celiachia nel II secolo d.C, della quale però non comprese l’origine: “Secondo lui la causa era da ricercarsi in una mancanza di calore nello stomaco, necessaria per una buona digestione o scatenata dal consumo di acqua fredda”.

Come cosmetico il riso era usato per sbiancare il viso, come emolliente, lenitivo e antiacne. Dalle antiche miniature a celebri banchetti, si afferma il “biancomangiare”, un piatto cosmopolita, che ha attraversato i secoli del Medioevo, spaziando tra i diversi luoghi del mondo occidentale e, pur perdendo molte delle sue caratteristiche, è arrivato fino alla nostra cucina. La relazione si è conclusa con alcune ricette a base di riso di Mastro Martino de Rossi da Como, che a Roma fu al servizio del patriarca di Aquileia e con la leggenda legata all’origine del riso alla milanese: “Secondo un manoscritto conservato alla Biblioteca Trivulziana, il piatto principe della cucina meneghina affonda le sue radici nel lontano 1574. Il codice narra di un certo Mastro Valerio di Fiandra, che giunse a Milano da Lovanio per lavorare alle vetrate del Duomo in costruzione. Pare che un suo aiutante avesse il vezzo di mescolare ai colori un pizzico di zafferano, in modo da renderli più brillanti. Di lui non conosciamo che il soprannome, Zafferano appunto. Valerio di Fiandra era talmente sconcertato da predire che un giorno il ragazzo avrebbe finito per aggiungere la polvere gialla perfino al cibo che aveva davanti. Detto, fatto: il giorno delle nozze della figlia del Maestro, Zafferano mischiò la spezia al riso, che fino a quel momento era sempre stato condito con il solo burro. La leggenda vuole che gli ospiti fossero prima stupiti dal colore della pietanza, poi conquistati dal profumo e dal sapore”.

Paoletta Picco ha approfondito il tema: Cistercensi: attori nella bonifica che ha plasmato il territorio. I monaci dal saio bianco, invitati da Ranieri di Aleramo, che guidò il marchesato del Monferrato per più di trent’anni, a partire dal 1100, disboscarono quel che restava della foresta planiziale, che nel Quaternario occupava tutta la pianura padana, di cui oggi l’ultimo lembo sopravvissuto è il Bosco delle Partecipanze di Trino.

I monaci coltivarono i cereali del tempo: colza, segale, mentre il riso come prodotto alimentare fu introdotto molto più tardi, perché a quel tempo, come ha ribadito il dottor Carola, era una spezia assai costosa, che veniva anche utilizzata negli Hospitales come nutrimento per i pellegrini. I Cistercensi fondarono l’Abbazia di Lucedio, seguendo il “protocollo bernardiniano”, caratterizzato da un’architettura rigorosa ed essenziale, e, attraverso una straordinaria opera di bonifica prima e poi di gestione del territorio, crearono le grange, letteralmente “granai”, strumento determinante nel processo di trasformazione di una zona incolta in terreno arabile, antiche unità abitative e centri agricoli all’interno dei quali operavano i conversi, monaci dedicati ai lavori manuali. Nel 1724 Lucedio fu secolarizzata dal Papa e da quel momento iniziò un’altra storia.

Gabriele Ardizio è entrato nel vivo del territorio parlando di: Riso e risaie in Baraggia. Lineamenti storici, descrivendo la Baraggia del Medioevo, che aveva un aspetto molto diverso da quella di oggi: “Una brughiera con alle spalle una conformazione particolare: una terra difficile da coltivare e da irrigare, zona adattissima al pascolo delle capre”. Con la nascita delle prime rogge e canali la pastorizia si intrecciò con l’agricoltura. I primi risicoltori in Baraggia furono proprio i pastori. Il riso si diffuse, secondo la convenienza, nelle terre residuali, combattuto dalle comunità locali che ritenevano portasse la malaria e facesse morire gli alberi e anche dalla Chiesa.

Ardizio ha presentato la figura del Reding, mercenario svizzero, che ebbe il permesso dai Savoia di dissodare e bonificare ampie aree di terra incolta e brughiera (baraggia), tra cui i territori di Rovasenda, ma, osteggiato dalle popolazioni del luogo, fu costretto a fuggire. Nel 1704, durante la guerra di successione spagnola, gli era stato affidato il comando del Forte di Bard e, invece di resistere all’assedio, consegnò la fortezza strategica direttamente ai Francesi. Subito dopo questo episodio (nel 1705), Reding fuggì e tornò a servire nell’esercito francese e nel 1707 morì avvelenato a Madrid.

Al termine del convegno – cui hanno partecipato anche il Vice Presidente della Provincia di Vercelli, Alessandro Montella, il Parroco di Rovasenda, Mons. Cristiano Formaggio, Elisa Pollero, Sindaco di Gifflenga, Presidente del Distretto del Cibo delle Valli Biellesi, della Baraggia e della Pianura Vercellese, costituito ufficialmente il 16 ottobre 2025 al castello di Buronzo, Barbara Greggio, la Professoressa Giovanna Prando, in rappresentanza dell’Istituto Comprensivo di Santhià e alcune socie dell’Associazione “Donne & Riso”, nata a Vercelli nel 1979: Federica Busso, Presidente, Natalia Bobba, Presidente fino al 2024, la rovasendese Maria Grazia Calzoni Goio – nell’airale del castello è stato offerto a tutti i presenti una degustazione di un riso speciale, cucinato magistralmente da Federico Pansarasa, conosciuto come “Chicco”: davvero “Nomen omen”, un nome, un destino!

E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento

Pubblicità
Pubblicità

Facebook

Pubblicità

© 2025 Corriere Valsesiano - Iscrizione al Registro giornali del Tribunale di Vercelli nr. 14 del 20/11/1948
ROC: n. 25883 - ISSN 2724-6434 - P.IVA: 02598370027
Direttore Responsabile: Luisa Lana - Editore: Valsesiano Editrice S.r.l. - Redazione: via A. Giordano, n.22 - Borgosesia (VC)

Servizi informatici e concessionaria di pubblicità: Diario del Web S.r.l.



La testata fruisce dei contributi statali diretti di cui al d.lgs. 70/2017 e dei contributi di cui alla Legge regionale n. 18/2008. La testata ha beneficiato del credito d'imposta per le spese sostenute, anno 2020, per la distribuzione delle testate edite dalle imprese editrici di quotidiani e periodici.